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PATRONATO DELL’ALTARE DI S. LIDANO A SEZZE.

I Tuccimei a Sezze ebbero l’importante diritto di patronato dell’Alatre di S.Lìdano.
Patronato prestigioso, forse il più importante, se si considerano due aspetti: il primo è che il Santo è il patrono della città e il secondo che l’altare è il maggiore della Cattedrale, della prima chiesa di Sezze. L’altra oltre ad essere parte integrante della storia civica locale lo è anche di quella famigliare e non solo per via del diritto di patronato, infatti, venne consacrato nuovamente nel XVIII secolo anche da due canonici Tuccimei: Francesco Maria e Filippo Maria (vedi pag. 3 Storia).

LA FIGURA DI SAN LIDANO ABATE.

Immagine elaborata e prodotta da Lidano Petrianni , per gentile concessione

Nacque a Civita d’Antino (piccolo centro della Marsica) nel 1026 e a diciassette anni prese i voti di benedettino nel monastero di Montecassino. Contemporaneamente decise di vendere e di privarsi di tutti i beni immobili della sua ricca famiglia. Poco dopo si recò, ancora giovanissimo, nella pianura Pontina, avendo ricevuto dal Vescovo di Sezze, Pollidio, la licenza di costruire edifici di culto. Lavorò quindi alla bonifica dei terreni paludosi per costruirvi l’abbazia di Santa Cecilia (dal nome della madre), che sorse a sei chilometri da Sezze.
All’inospitalità del luogo è strettamente legato il primo miracolo di San Lìdano: riuscì a far zittire le migliaia di rane che, col loro rumoroso e fastidioso gracidare, disturbavano la preghiera dei frati. Qui rimase in preghiera contemplazione e lavoro per ben settantadue anni fino alla sua morte, avvenuta il 2 luglio 1118, fra la venerazione di tutti i cittadini.
Durante la sua lunga e laboriosa vita guadagnò subito una fama straordinaria: le sue virtù ed i suoi miracoli erano noti ai viandanti che, durante il loro tragitto, dovevano necessariamente fermarsi all’abbazia di Santa Cecilia per ricoverarsi e ricevere assistenza spirituale e sanitaria. Tutti conoscevano anche gli altri prodigi di Lìdano, che guarì dall’insonnia un contadino ricoverato nell’abbazia e i tre episodi di manifestazione di capacità divinatorie e profetiche.
Per questi motivi, dopo la sua morte, sorsero delle dispute tra gli abitanti di Sezze e quelli di Sermoneta sul possesso delle spoglie di San Lìdano, poiché la chiesa che avesse custodito il suo corpo avrebbe subito acquistato prestigio e sarebbe stata meta costante di continui pellegrinaggi. Di modo che setini e sermonetani decisero di ricorrere al giudizio di Dio , secondo l’usanza del tempo. Così la salma venne messa su un carro trainato da buoi, lasciati liberi di scegliere la direzione da prendere tra Sermoneta e Sezze. Scelsero quest’ultima.
Da allora il corpo del Santo riposa sotto l’altare maggiore della Cattedrale di Santa Maria di Sezze, ove ancora oggi si trova una grande statua lignea barocca raffigurante l’abate Lìdano con una folta barba ed impugnante nella mano sinistra un lungo pastorale, eseguita nel XVIII secolo dal francese Jean Poiret de Nancy. Della stessa mano è anche lo stesso altare maggiore della cattedrale.

LA CATTEDRALE E L’ALTARE MAGGIORE.

L’origine di Santa Maria sembra risalire al III secolo, quando al posto dell’edificio attuale, pare vi fosse la ben più modesta chiesa dedicata a San Luca, santo considerato tradizionalmente l’evangelizzatore della città. All’originale chiesa di S.Luca si susseguirono almeno altri tre edifici, fino a che venne ordinata la ristrutturazione delle mura in seguito ad un incendio, sotto il pontificato di Urbano V (1362-1370). Dunque il nuovo edificio venne consacrato il 18 Agosto 1364 dal francescano Giovanni da Sora, vescovo di Terracina e Sezze dal 1362 al 1369.
Quasi tre secoli più tardi, sotto il vescovo Luca Cardino (vescovo dal 1582 al 1594) vennero promossi dei restauri che cambiarono radicalmente l’aspetto della chiesa madre di Sezze. La cattedrale venne capovolta ed il suo nuovo ingresso venne aperto nell’abside, mentre dal vecchio ingresso fu ricavato un più ampio transetto con una nuova abside rettangolare. Modificata dettata dall’esigenza di un sostanzioso incremento demografico della popolazione, in una città che, di fatto, da qualche decennio era divenuta di nuovo sede vescovile.
L’altare maggiore venne edificato in quel periodo dal già citato Poiret, che lo ultimò nel 1672, ispirandosi al celebre altare della Confessione di San Pietro in Vaticano. Il vescovo Cardino aveva intenzione di riporvi le ossa di San Lìdano ma la solenne traslazione venne effettuata da suo successore, Fabrizio Perugini, il 18 Giugno 1606.
Nuovi lavori all’altare di San Lìdano vennero commissionati dai canonici, i quali ne interessarono il cardinale Pietro Marcellino Corradini che, inizialmente avvertiti i concittadini della spesa ingente cui sarebbero andati incontro per far rivestire l’altare di marmi pregiati, offrì poi tutta la sua collaborazione alla nuova impresa. Il nuovo altare venne solennemente consacrato ad honorem Glorissime Dei pare Virginis Marie ad Arcangelo Annunciate ejusdem Cathedralis Titularis, ac S. lidani Abbatis huius Setine Cuvutatis Principalis Patroni , venerdì 24 Giugno 1735 dal vescovo Gioacchino Maria Oldo (vescovo di Terracina, Sezze e Priverno dal 1726 al 1749), assistito all’altare dall’arciprete don Luca Fasci, dall’arcidiacono don Filippo de Magistris, e dai canonici Francesco pacifici, Gregorio Cima, Francesco Iucci, Giuseppe Cerroni, Francesco Maria Tuccimei, Ignazio Villalobos, Filippo Tuccimei, Francesco Valletta, Antonio Maria Berti e Leonardo Boffi, che presero parte alla liturgia in abito corale. Erano presenti i sacerdoti e i chierici di Sezze, oltre agli alunni del Seminario vescovile interdiocesano e ad una folla di fedeli.
Tale altare, di sì tanta importanza, passò in jus patronato a tre nobili famiglie setine: Iucci, Tuccimei e Boffi, che lo mantennero assiduamente fino alla soppressione dei patronati.

A testimonianza di questo v’è, oltre al registro dei benefici setini, una lettera sottoscritta da Ignazio Tuccimei , indirizzata a Monsignor Vescovo di Terracina, Sezze e Priverno. In questo documento si spiega che era sorta nel 1863 la disputa per il diritto di nomina del canonico dell’altre di san Lìdano e quindi al relativo beneficio. La disputa vedeva le famiglie Tuccimei e Iucci da una parte, i Boffi dall’altra: in sostanza il canonico don Ercole Boffi era stato ammesso al beneficio senza il consenso delle altre due famiglie. Famiglie che tra l’altro erano legate doppiamente tra loro: la sorella di Ignazio Tuccimei (1824-1888) dottore chirurgo a Roma e comprimario di Bracciano, Agata (1824-1891) aveva sposato Lìdano Iucci, che con molta probabilità era suo cugino, poiché la sorella del nonno, Cristoforo (1759-1798), Anna Felicia, aveva sposato Rutilio Iucci.

CENNI SUL DIRITTO DI PATRONATO.
(tratto da uno scritto di Mons. Agostino De Angelis, Prelato Uditore di Rota)
Il diritto di patronato, regolato dal Codice Benedettino del 27 maggio 1917 è definito “l’insieme dei privilegi che uniti a determinati oneri, competono per concessione della Chiesa a cattolici fondatori di una chiesa, di una cappella o di un beneficio, o anche a coloro che ne sono gli aventi causa”.
Il diritto di patronato si acquista per fondazione (cessione gratuita del fondo ove si edifica la chiesa), edificazione o dotazione della chiesa. In tutti i casi si tratta di un atto di liberalità nei confronti della Chiesa, che acquista tali beni.

I privilegi dei patroni sono:
a) di presentare al vescovo il candidato all’ufficio di rettore per la nomina
b) di ottenere, in caso di bisogno, gli alimenti sui redditi beneficiali eccedenti quelli che servono per la chiesa (per quanto attiene al giuspatronato di natura beneficiale)
c) di avere, secondo la tradizione del luogo, lo stemma di famiglia e un posto d’onore nella cappella.
Nella dottrina sullo iuspatronatus è costante proprio l’avvertimento di non confondere il diritto di patronato con il diritto di proprietà, ricordando che tale confusione si realizzò solo per un certo periodo di tempo, nel medioevo, “in quanto i fondatori privati acquistavano ampi diritti per riguardo alle loro chiese, che man mano assurgevano ad una vera proprietà delle chiese stesse, considerate come parte integrante del loro patrimonio privato. Questa evoluzione si compie sotto la influenza dei diritti germanici e appunto la dottrina canonistica tedesca designò queste chiese con il termine di Eigenkirken, cioè chiese private o dominicali, soggette cioè alla piena proprietà dei fondatori privati”.
Di qui la reazione della Chiesa che ha inizio sin dall’epoca di Carlo Magno: Alessandro III(1159 - 1181) stabilì che lo ius patronatus dovesse considerarsi come uno ius spirituali annexum. Di qui la negazione del diritto di proprietà dei proprietari dei fondi sulle chiese, la nullità delle nomine dei chierici fatte dai proprietari. Si riaffermava così l’autorità del vescovo, cui i patroni avevano semplicemente il diritto di presentare il chierico.
Il Concilio di Trento stabilì che per l’avvenire il patronato potesse acquistarsi solo con una fondazione e non ex gratia. Il diritto di patronato non comporta quindi per sé la proprietà della chiesa o cappella, anzi, di regola, si distingue dal diritto di proprietà dell’edificio sacro che, secondo l’ordinamento canonico, compete all’ente ecclesiastico proprietario.

Il diritto di patronato cessa, a norma del can. 1470, se la Santa Sede abbia revocato il diritto di patronato. Paolo VI con il motu proprio “Ecclesiae Sanctae” del 6 agosto 1966 ha disposto: “Sono abrogati i privilegi non onerosi, eventualmente concessi fino ad oggi a persone fisiche o morali, che comportano un diritto di elezione, di nomina o di presentazione per qualsiasi ufficio o beneficio non concistoriale vacante”. E quindi nel § 2: “Se però, in questa materia, diritti e privilegi sono stati stabiliti attraverso una convenzione tra la Sede Apostolica e una nazione, oppure attraverso un contratto intervenuto con persone fisiche o morali, sarà necessario trattare della loro cessazione con gli interessati”.
E’ stato così soppresso il diritto di patronato, secondo la dottrina prevalente, ed infatti il nuovo Codice del 1983 non ne fa più menzione.
La possibilità di avere un posto d’onore in chiesa è stata poi eliminata con la riforma liturgica.
Anche a voler sostenere la tesi che Paolo VI avesse inteso abrogare soltanto il diritto di presentazione e non il diritto di patronato in quanto tale, resterebbe oggi soltanto il privilegio di avere nella cappella lo stemma di famiglia.

Bibliografia:
Archivio Capitolare della cattedrale di Sezze
Archvio Diocesano di Latina
Archivio famiglia Tuccimei
ABBENDA C.L., Vita ed opere di San Lidano Abbate, Centro Studi Castore e Polluce, Sezze 1993
CORTESE E., Le grandi linee della storia giuridica medievale, ed. il Cigno, Roma 2005
MASTRANTONI P. E ZACCHEO L., I santi della XIII Comunità Monta

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