| LE ORIGINI: I DE CUPIS.
Bernardino de Cupis fu il primo di tale famiglia a stabilirsi da Montefalco
a Roma intorno al 1462, dove acquistò più case in Piazza
Navona comprese nell’isolato tra via dei Lorenesi, via di S. Agnese
e via Santa Maria dell’Anima. Giandomenico , suo figlio, illustre
giureconsulto, segretario di Papa Giulio II e successivamente arcivescovo
di Trani e nel 1517 nominato cardinale da Leone X. Egli visse nell’allora
palazzetto di Piazza Navona, dove per altro vennero sottoscritti i capitoli
matrimoniali tra Domenico Capranica e Marzia de’Cancellieri . Gli
acquisti fatti dal cardinal de Cupis per l’ampliamento del fabbricato
furono notevoli: nel 1539 acquistò una casa di proprietà
di Francesco e Valerio Ubaldi per 450scudi ; tra il 1554 e il 1547 acquistò
le vaste proprietà confinati di Giuliano Cesarini per circa 3000scudi
. Le case vennero congiunte con il palazzo del porporato e formarono l’attuale
palazzo.
Il Tomei nella sua opera afferma giustamente che “l’edificio
odierno non conserva quasi nulla di evidente della casa del sec. XV e
che i pochi resti di finestra, che s’intravedono sotto le cornici
cinquecentesche e sotto le persiane moderne, ci riportano a quella corrente
che fiorì in Roma nell’ultimo quindicennio del secolo e che
è caratterizzata esteriormente dall’uso, derivato dal Palazzo
della Cancelleria, delle finestre ad arco entro una cornice quadrangolare”.
Difatti la facciata su piazza Navona, un tempo decorata in affresco con
l’arme del Cardinale di Trani, è segnata da cornici marcapiano
ed apre tre piani di dodici finestre cadauno: al piano nobile, architravate
con cornice cinquecentesca, di cui la prima sulla destra affaccia su di
un balcone balaustrato; al secondo piano architravate e all’ultimo
incorniciate.
Al piano terra una grande porta ad arco bugnato, con cartiglio in chiave,
affiancato da due portali minori e una porta di bottega. All’ammezzato,
finestre con balconi di recente realizzazione. La parte quattrocentesca,
su via dei Lorenesi, presenta finestre architravate a cornice semplice
e due mensole di balcone isolate. La facciata su via S. Maria dell’Anima
presenta, sotto tre ordini di finestre simili a quelle del prospetto sulla
piazza Navona, al piano terreno un grande portale ad arco bugnato scolpito
a bassorilievo con lo stemma della famiglia de Cupis . Li collocato, probabilmente,
da Giandomenico che lo riportò anche nel soffitto a cassettoni
del piano nobile adornato da molteplici pitture.
Ad uno dei pronipoti del cardinale, secondo quanto riporta Antonio Valena,
attento scrittore di cronache dei primissimi anni del Seicento , andò
in sposa la giovane e bellissima Costanza della nobile famiglia dei Conti.
A tal punto famosa per le sue perfette mani, cantate dagli artisti dell’epoca,
le fu chiesto di farne riprodurre la forma in un calco di gesso da tal
“Bastiano alli Serpenti”. Il calco della mano di Costanza
de Cupis, magistralmente eseguito, fu esposto nella bottega dell’artista,
protetto da una teca di vetro e adagiato su un piccolo cuscino di velluto.
Per la sua bellezza, la mano divenne subito meta di un vero e proprio
pellegrinaggio di curiosi e di visitatori ammirati. Sembra che uno di
questi, un canonico di San Pietro in Vincoli, dopo averla vista esclamasse
che per la sua bellezza la mano correva il rischio d’esser tagliata,
se fosse appartenuta ad una persona viva. L’esclamazione giunse
alle orecchie di Costanza, che da quel giorno si ridusse a vivere nel
terrore di oscuri presentimenti e forse anche dal timore d’esser
punita per aver ceduto alle lusinghe della vanità. Tempo dopo,
mentre la giovane donna era intenta al ricamo, si punse profondamente
un dito: la ferita di lì a poco s’infettò e la mano,
ormai gonfia e deformata dovette esserle amputata. Né ciò
bastò a salvarle la vita. La storia divenne presto leggenda e l’immaginario
popolare romano vuole che anche oggi, a distanza di secoli, nelle notti
di luna piena, il riflesso di quella mano che fu causa di tanta sventura
appaia, bianco e perlaceo, sul vetro di una finestra del palazzo.
Ultimo dei de Cupis che occupò il palazzo fu Curzio, che sposò
una Vallini di Ferrara. Successivamente l’immobile venne dato in
affitto. Nel 1560 vi furono catturati il cardinal Carafa e suo fratello
il conte di Montorio. Divenne poi residenza del cardinal Gambara ; più
tardi, verso la fine del XVI secolo l’abitarono il cardinal Castruccio
e il cardinal Visconti . Nel 1601 vi soggiornò l’Ambasciatore
di Polonia, due anni dopo quello di Spagna, che fece un contratto con
i de Cupis per l’affitto a 1850 scudi l’anno. In seguito fu
del cardinal Zappata (1606), di Marco Farnese (1608) nel 1624, per pochi
mesi, vi abitò il cardinal Peretti. Dopo di lui il “comm.
Niccolini, ambasciatore del Gran Duca” che lo affittò per
due terzi (1125 scudi l’anno), il rimanente già abitato dal
cardinal Sacrato, fu locato per 150 scudi annui al Monsignor Errera. Subito
dopo il Niccolini, vi si trasferì il cardinal Caetani nel 1627.
Secondo Teodoro Amayden il palazzo “mostra anche nella sua antichità
la grandezza del fondatore, essendo stato sempre habitato da personaggi
qualificati, come al presente dal card. d’Elci, arciv. di Pisa e
nunzio apostolico in Venezia ed in Genova”. Dopo fu residenza del
principe di Bozzolo, che secondo il diarista Spada, aveva aperto nel palazzo
“giuoco sfrenato”. La notizia è confermata da un Avviso
di Roma, che riferisce:
Erasi da molti anni introdotto in Roma un abuso assai pregiuditievole
al Buon Governo, et era che gli Ambasciatori Regi facevano tenere gioco
pubblico o biscazza con darne gli utili ad alcuni famigliari, che l’affittavano
poi ad altri per somme assai considerabili, onde nasceva che molti artisti,
dediti al gioco, abbandonavano l’arte, vendevano tutti gli arnesi
di casa et ornamenti delle mogli loro. Altri commettevano furti, anche
qualificati, con sacrilegio, per fare in qualunque modo danari per giocare,
et in capo all’anno tutto ciò che perdevano con la rovina
delle proprie mani, andava in mano ai biscazzieri. Et essendo stato tollerato
quest’abuso forse senza saputa dei Padroni, non poté fare
a meno il governatore di dar conto che il Principe di Bozzolo, ambasciatore
Imperiale, haveva aperto gioco in piazza Navona, nella casa dei de Cupis,
dove egli habitava, il che pareva tanto maggior scandalo, in quanto che
il sito era pubblico. Diede perciò ordine che fossero carcerati
quelli che vi andavano a giocare e fu prontamente eseguito con qualche
amaretudine del Sig. Ambasciatore, che si doleva della partialità,
cioè che fosse tollerato ad altri quello che con tanto rigore si
negava a lui. Promise non di meno di levar il gioco; ma vedendo che non
si prendeva rimedio quanto agli altri, conforme gli era stato promesso,
tornò anch’egli a far giocare, ma con segretezza.
Nel 1641 fu il vescovo di Lamego ad occupare il fabbricato di piazza Navona.
Sin dal Seicento il patrimonio de Cupis risultava dissestato, nonostante
le vendite e le alienazioni del tenimento di Settebagni ed il casale di
Ponte Salario per estinguere i debiti fatti da un Girolamo.
Gli ultimi della famiglia di cui si ha notizia sono Pompeo (compare in
un atto notarile del 1608 ); Francesco e Giandomenico, l’ultimo
Caporione nel 1656 e 1658. Altro Francesco è rammentato nelle cronache
del Marescotti , il quale in data 19 Gennaio 1683
scriveva:
il sig. Francesco de Cupis, romano, gentilhuomo della Regina [di Napoli]
ha malamente maltrattato un Cursore con schiaffi e piattonate, perché
gli diede una citazione personale di una sua zia che è di casa
Ornani, l’ingiuriò e minacciò, e per esser questo
delitto solenne, si attende sentire la sentenza perché li Cursori
di Roma si dicono pontifici, cui tutti devono obbedire al loro mandato.
Esattamente una settimana dopo lo stesso autore racconta che il de
Cupis fuggì a Napoli sotto la protezione della Regina, poiché
il Papa lo avrebbe sicuramente decapitato. Il 9 Febbraio riferisce il
diarista che si ritirò nel palazzo della Regina sperando di ricevere
grazia nella prima udienza. Ma il Pontefice, Innocenzo XI Odescalchi,
diede l’ordine ai ministri di giustizia di catturarlo al più
presto e di tagliargli la testa, poiché non essendo più
nel palazzo della Regina aveva sicuramente lasciato lo Stato. Del fuggiasco
non si ebbero più notizie.
* * *
I SUCCESSIVI PROPRIETARI: GLI ORNANI E I TUCCIMEI.
Come abbiamo visto, i de Cupis s’imparentarono, probabilmente si
estinsero negli Ornani , i quali successivamente rilevarono il fabbricato
di piazza Navona, e aprirono, nei locali a piano terreno, il famoso Teatro
Ornani, divenuto nell’800 teatro Emiliani e chiuso alla fine del
secolo.
I marchesi Ornani lo possedettero fino al primo decennio dell’Ottocento,
allorché la marchesa Clelia Ornani de Cupis, vedova del principe
Vera d’Aragona vendette a Francesco Fiorini porzione del Palazzo
. Qualche tempo dopo, però, donna Lucia Vera d’Aragona, duchessa
di Verzino, e Luigi Vera d’Aragona, duca di Verzino, eredi della
marchesa Clelia Cortesa Ornani de Cupis, impugnarono la vendita al Fiorini
per vizio di forma e la nullità del contratto fu accertata e decretata
dalla Sacra Rota. Dopo di che, il 15 dicembre 1817, una grande porzione
del primo piano insieme ad alcuni magazzini ed una rimessa nel cortile,
fu acquistata per 3450 scudi dall’avvocato rotale Giovanni Battista
Tuccimei . Questa porzione, come da testamento pubblicato dal notaio Bartoli
il 10 Gennaio 1840, passò ai tre figli maschi: Cristoforo, Ferdinando
ed Enrico. Di questi, Cristoforo acquistò anche la parte del comproprietario
Augusto Emiliani per 300 scudi , più un negozio in piazza Navona
al numero 29, e un locale “molto ampio in detta piazza”, cinque
botteghe in via dell’Anima (ai num. 8-12), porzione del primo piano
e porzione del secondo, altra porzione del primo e del secondo ma al civico
17 (ora 16).
Di fatto il palazzo tornava ad essere interamente proprietà di
un’unica famiglia: i Tuccimei, che a testimonianza di questo scolpirono
il proprio stemma assieme al loro nome, sullo stipite della porta del
piano nobile del civico 16 (già 17), lo stesso venne affrescato
al sommo di un’artistica fontana nell’androne del civico 10,
ed infine riportato su di un camino.
Durante la Presa di Roma, dopo gli eventi del 20 Settembre 1870, Palazzo
Tuccimei, già Ornani già de Cupis, fu sede di non poche
controversie politiche. L’abitavano allora le famiglie di Enrico
Tuccimei e quelle dei fratelli Alberto e Camillo , suoi nipoti ex fratre.
Il primo era fedelissimo del Romano Pontefice, come ormai da secoli di
tradizione familiare, gli altri due, invece, erano per l’Unità
d’Italia sotto lo stemma sabaudo. Ne conseguì una vera e
propria faida con tanto di disconoscimenti su pubblici giornali . Il palazzo
quindi venne letteralmente diviso a metà, anche dalle luci: metà
in lutto, con le buie finestre chiuse osticamente al nuovo governo, metà
in festa con luci e tricolori ai davanzali. I dissidi si spensero lentamente
come lentamente le famiglie nere smisero il lutto ed accettarono, loro
malgrado, il nuovo imposto governo piemontese. In seguito alla numerosissima
prole di Enrico e dei suoi figli, la proprietà si andò assottigliando
sempre di più, finché, non rimase che una Tuccimei ad abitare
a palazzo una decina di anni or sono.
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